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Roghudi Vecchio: il silenzio che parla

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Roghudi Vecchio: il silenzio che parla
Inserito da alessandra ghibaudi il 10/10/2014

Il coraggio di rimanere

È facile andare, molto più coraggioso rimanere! Hai proprio ragione. Ci vuole coraggio a rimanere in una terra dimenticata non solo da chi vive lontano, ma dalla sua stessa gente, a non ascoltare quando tutti ti dicono di andare a studiare altrove perché non c’è lavoro e nessuna......leggi tuttoÈ facile andare, molto più coraggioso rimanere! Hai proprio ragione. Ci vuole coraggio a rimanere in una terra dimenticata non solo da chi vive lontano, ma dalla sua stessa gente, a non ascoltare quando tutti ti dicono di andare a studiare altrove perché non c’è lavoro e nessuna opportunità per creare una famiglia . Bisogna avere coraggio a esprimere le proprie idee in luoghi in cui non viene tanto dato risalto alla conoscenza quanto a chi si conosce. Quel pastore ha avuto coraggio perché non ha creduto nelle favole che gli venivano raccontate sul suo paese e sul pericolo di viverci. Non ha ascoltato chi pensava solo al proprio interesse ed impauriva chi ci abitava per perseguire i propri fini. Non ci ha creduto perché molto probabilmente si accontentava di quello che aveva ed ogni alba ringraziava la nascita di un nuovo giorno. Sentiva il profumo della sua terra, del suo gregge, della ricotta calda e faceva in modo metodico i gesti quotidiani, propri di una ruralità ancestrale, seguendo il sole nel cielo per scandire la propria giornata laboriosa. Ricordare a volte fa male e così decidiamo di non farlo. Preferiamo riempirci di mille buone ragioni per non pensare a quello che ci rende unici: la nostra storia e la nostra identità. Non consideriamo quello che abbiamo perché ci hanno insegnato a sminuirlo, e così siamo spinti nell’affannosa ricerca di un posto in cui realizzarci, non accorgendoci che potrebbe essere proprio lì dove viviamo. E qui si aprono altre riflessioni. Quanto possiamo essere artefici del nostro futuro partendo dalla nostra storia? Come possiamo fare nostra una storia che già ci appartiene e che abbiamo tenuto lontano perché così ci hanno insegnato? Un territorio vive di storie. E forse anche per questo la nostra terra si è così impoverita. Le famiglie costrette ad abbandonare i borghi montani si sono portate via la loro storia ed il territorio ha smesso di parlare. Un territorio che non ha voce non può essere ascoltato e non può essere conosciuto. Ma come per incanto un sentiero percorso in una calda serata del Paleariza ha iniziato a parlare, e un territorio ci ha trasmesso delle sensazioni all’apparenza nuove ma in realtà già presenti nei nostri cuori, solo assopite dal tempo e dalle circostanze di vita. Non possiamo più incontrare quel pastore perché il tempo passa per tutti, ma possiamo incontrare delle giovani guide escursionistiche che sono convinte delle potenzialità della loro terra, dei turisti italiani e stranieri che percorrono i nostri sentieri e rimangono incantati dalla natura, dalle tradizioni, dai sapori e dalla sincera ospitalità della Gente di Aspromonte . Attraverso lo stupore e la meraviglia nei loro occhi possiamo provare a guardare la nostra terra in un modo diverso per riappropriarcene e farla finalmente nostra. Possiamo ritrovare quella serenità che permette di immaginarci artefici del nostro destino in un territorio magari difficile, con un PIL tra i più bassi d'Italia, ma ricco di tutto quello che non abbiamo mai cercato...
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