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Innovazione sociale sì, ma che vuol dire?

Innovazione sociale sì, ma che vuol dire?

Calabria-Italia-Europa-il mondo intero parla di “Social innovation”, una delle locuzioni di cui si fa più largo abuso negli ultimi tempi, per ovvie ragioni: l’effetto che se ne ricava è simile a quel gioco che si faceva da bambini quando di ripeteva per trenta quaranta volte una parola, ovvero svuotarne completamente il significato. Cerchiamo di capirne qualcosa con tre diversi interventi dei ricercatori dell’Associazione Aniti-Impresa sociale_

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Innovare dal basso, insieme

di Maria Dodaro

Da qualche anno, il concetto di “innovazione sociale” ha sempre più conquistato l’interesse di decisori pubblici, ricercatori e cittadini alla ricerca di nuove soluzioni ai bisogni collettivi. L’espressione è per lo più utilizzata per riferirsi ad approcci o interventi che, anche se diversi tra loro, condividono la volontà di arginare le conseguenze sociali della crisi economica innovando: dal welfare al modo di fare economia. Ma quando un’esperienza può dirsi socialmente innovativa?

Innanzitutto, lo è quando risponde ad un bisogno sociale insoddisfatto e produce, così, un miglioramento nella qualità della vita. Ma non basta. Innovazione sociale significa anche cambiare il modo di rispondere ai problemi: più collettivo, e sempre più capace di creare nuove collaborazioni partenariali in grado di generare miglioramenti sociali e aumentare le possibilità d’azione per la società. Il che vuol dire far emergere la capacità di cittadini “comuni” di indagare i propri bisogni e accedere alle risorse necessarie a rispondervi. Un’abilità tutta da sviluppare ma particolarmente importante in una società contraddittoria come quella odierna, contraddistinta da uno sviluppo senza precedenti delle forze produttive e, allo stesso tempo, dall’incapacità di mettere al servizio delle comunità tanta ricchezza.

In questo contesto, è possibile imbattersi in una moltitudine di progetti, appunto, socialmente innovativi. Nati dall’impegno di gruppi più o meno piccoli di persone, queste esperienze esprimono, innanzitutto, la volontà di reinterpretare la crisi come un’occasione per cambiare e per orientare questo cambiamento a favore delle proprie istanze. Come? Riscoprendo nello stare insieme una risorsa importante, oltre che un bisogno in sé; mobilitando risorse altrimenti non impiegate: in primo luogo, la conoscenza e il saper fare di ciascuno; e avvalendosi delle moderne applicazioni del cosiddetto web 2.0: strumenti in grado di supportare semplici gruppi o associazioni nel realizzare i propri progetti.

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“Social Street Italia”, per fare un esempio, è un progetto solidale di vicinato che nasce a Bologna e che, attraverso la creazione di gruppi di quartiere su Facebook, facilita la conoscenza tra vicini di casa e la condivisione di necessità, beni e professionalità. Esperienza simile, ma che adopera piattaforme informatiche ad hoc, è quella del “Baratto 2.0” o delle Banche del Tempo: spazi virtuali che consentono lo scambio di oggetti o competenze senza l’uso del denaro.

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Attraverso piattaforme o applicazioni di car pooling, invece, è possibile condividere il proprio viaggio in automobile con altri, dividendo i costi e conoscendo nuove persone. Mentre il crowdfunding permette ad un largo numero di individui di sostenere, attraverso piccole donazioni a fronte di ricompense, progetti. Un nuovo mutualismo, dunque, che alla forza dell’immaginazione di azioni e movimenti collettivi, unisce la capacità del web di connettere e fornire strumenti utili e a basso costo.

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Tuttavia, la tecnologia, per quanto utile, non è la conditio sine qua non dei progetti e dei processi di innovazione sociale. Basti pensare alle tante iniziative di condivisione come il cohousing (l’uso in comune di una casa) o il coworking (condivisione di uno spazio di lavoro); ai gruppi di acquisto solidale che consentono a produttori e consumatori di entrare in relazione senza intermediari e aggiungere ai benefici economici, di entrambe le parti, la sicurezza sulla qualità del cibo (non garantita da marchi ma, semplicemente, dalla relazione di fiducia che si va instaurando tra chi produce e chi compra). A questi è possibile aggiungere tutte quelle azioni progettuali che vanno dalla riqualificazione partecipata di spazi urbani al recupero di beni pubblici e privati inutilizzati.

L’innovazione sociale si concretizza, quindi, in processi di cambiamento avviati dal basso; assimilabili a strumenti “pedagogici” di costruzione della cittadinanza, che provano a rinnovare le dinamiche dello sviluppo dal punto di vista sociale, economico e ambientale. Non una panacea, è bene evidenziarlo, ma uno strumento utile a facilitare la risposta immediata ai bisogni più pressanti e, nel contempo, contribuire ad aumentare il potere (empowerment) dei singoli e delle comunità. Un legame che fa della democratizzazione dello sviluppo locale l’obiettivo a lungo termine di unagovernance socialmente e realmente innovativa.

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Innovazione sociale, barbari e senso

di Nicola Malara

È intuitivo ricondurre l’innovazione sociale alle nuove idee, quelle che soddisfano bisogni avvertiti dalla collettività e che creano nuove possibilità, relazioni, collaborazioni, ma nel dare una definizione univoca si corre sempre il rischio di dire qualcosa di meno. O qualcosa di più.

Anche perché poi, ultimamente, si utilizza volentieri questo “marchio non autorizzato” per mascherare idee prive di qualità, per nulla originali e di scarsissimo impatto. Probabile che si tratti dello stesso meccanismo mentale che spinge chi porta in dono una risma di fogli A4 a confezionare la stessa con carta Versace, o Armani, o fate voi. Di qui la necessità, fortemente avvertita dalle Policy Making (ovvero, per semplificare, le politiche pubbliche che danno il via libera alle innovazioni dopo averne verificato l’assenza di pericolosità), di valutare con rigore e misurare quantitativamente l’impatto delle iniziative socialmente innovative.

A tal proposito Alberto Cottica (ex fisarmonicista dei Modena City Ramblers, blogger ed economista) in un articolo apparso su “Chefuturo.it” (leggi l’articolo) ha giustamente posto l’accento sulla inutilità di misurare l’impatto dell’innovazione sociale, se non altro perché “prevedere gli effetti disruptive è come minimo molto difficile, e come massimo impossibile anche sul piano concettuale”. Ma Cottica dice anche un’altra cosa. Dice che “per l’innovatore, lo status quo ha valore zero”, che i veri innovatori vogliono cambiare la società nel profondo e quindi se un progetto ha “alto impatto, sostenerlo potrebbe essere pericolosissimo per la società nella quale si sta compiendo la valutazione”. Cosa propone? Propone di “separare nettamente la funzione di promozione dell’innovazione sociale da quella di controllo”, creando un “cane da guardia” che filtra gli aspetti disruptive troppo costosi in termini di stabilità”.

Personalmente, ritengo che il discorso sia condivisibile, per certi aspetti, ma per altri viziato da idee preconcette.

Seguendo il ragionamento di Cottica l’innovazione sociale, quella vera, non può che distruggere l’ordine costituito e per questo non sarebbe bene accetta alla classe dominante, che potrebbe sentirsi minacciata.

Non per forza e non sempre le cose stanno in questi termini.

Semplicemente perché non esiste un identikit di innovatore dato una volta per tutte. Anzi, spesso l’innovatore è un “viandante sul mare di nebbia”, non pienamente consapevole e non necessariamente animato dalla volontà/necessità di distruggere per rinnovare. Questo aspetto non può non essere preso in considerazione.

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Non credo che Mark Zuckerberg fosse in principio consapevole di ciò che la sua idea avrebbe comportato, né credo che Facebook possedesse intimamente il germe della distruzione volta alla ricostruzione: semplicemente ha migliorato un certo tipo di comunicazione (per altri versi, invece, l’ha deteriorata), inserendosi perfettamente nella vita pratica della gente.

Io non credo che Zuckerberg avesse in mente di sovvertire lo status quo, andiamo.

Discorso simile si potrebbe fare per Larry Page e Sergey Brin, i due inventori di Google, oppure Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia.

Certo è che nessuno avrebbe potuto, ex ante, misurare quantitativamente (ma anche qualitativamente) l’impatto di queste innovazioni sociali.

E allora, forse, una delle cose più sagge è quella di ricercare il “senso, o quantomeno ricomporlo, nella consapevolezza che viviamo in uno dei molteplici mondi possibili.

Il valutatore di progetti di innovazione sociale (in una posizione scomoda, come dice Cottica) più che misurare quantitativamente l’impatto di un progetto di innovazione sociale, o mascherato tale, dovrebbe forse sviluppare una certa abilità a distinguere tra barbarie e imbarbarimento.

In un celebre confronto di qualche anno fa sulle pagine de La Repubblica tra Alessandro Baricco ed Eugenio Scalfari emerge la distinzione tra queste due categorie, utili in questo ragionamento, quantomeno per contiguità di pensiero.

I barbari sono gli innovatori, quelli veri: Mozart, Diderot e D’Alembert, Page, Brin e Jobs, tanto per fare salti temporali.

Gli imbarbariti sono “una sorta di scarico chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre”, ma che bisogna imparare a riconoscere per eliminare.

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Al riguardo, Baricco utilizza dei termini di paragone brillanti e scrive così: “Non giudichiamo il romanticismo dall’orrore delle poesiole romantiche che scrivono i quattordicenni, o dalla musica stucchevolmente romantica che decora film penosi… giudichiamo il romanticismo a partire da Chopin, se mai, da Schelling, da una certa collettiva e fantastica iniziazione all’infinito, dalla scoperta collettiva di certi sentimenti”.

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Smart cities, facciamo il punto

Analisi del concetto e dei processi, per riscoprire il significato dell’innovazione sociale

di Gaetano Ierardi

Negli ultimi anni il concetto di smart cities ha assunto un ruolo sempre più centrale nella letteratura riguardante il ripensamento delle politiche pubbliche nelle grandi città d’Europa e d’Italia. Come per tutti gli altri processi di innovazione che sono stati proposti negli anni, anche in questo caso si tende oramai a fare abuso del concetto e del processo che sta dietro al termine. Sono oramai diffusi i workshop, le tavole rotonde e i seminari in cui si usa la parola “smart”. Tutto questo, naturalmente, rischia di denudare il concetto e il processo del suo significato originale.

Per evitare contraddizioni proviamo a fare il punto della situazione.

4 R UMAX PL-II V1.5 [4]Una prima chiave di lettura largamente diffusa fa riferimento ad un processo centralizzato e diretto dalle maggiori multinazionali della tecnologia mondiale. Esse, mettendo a servizio tecnologie avanzate, cura del design e ricercatori di eccellenza, producono prodotti tecnologici in grado di incanalare il flusso delle informazioni delle città attraverso la rete, riuscendo spesso a generare informazioni utili al miglioramento dei luoghi. In questo processo, i cittadini vengono considerati come semplici utenti “costretti” a subire passivamente le decisioni e le innovazioni prodotte dai tecnologi delle maggiori multinazionali, dei Centri di Ricerca e delle Università. Essendo inoltre tecnologie prodotte per un target su base mondiale, risultano spesso essere poco contestualizzate con i vari sistemi territoriali e sociali locali.

Altra interpretazione, più condivisibile, dà rilevanza al concetto di decentralizzazione delle decisioni, collegandola strettamente ai singoli contesti locali. Si dà centralità ai cittadini e al sistema sociale come parte attiva di un processo di sviluppo territoriale, economico e sociale. In altre parole, si cerca, attraverso l’utilizzo della tecnologia e della rete su base locale, di unire le intelligenze collettive per favorire la riprogettazione delle città in modo da renderle più comode, semplici e sostenibili, sia economicamente che dal punto di vista ambientale.

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Delle due interpretazioni la seconda è sicuramente quella di maggiore attualità nel nostro Paese, dato anche il progressivo decentramento dell’ultimo decennio. Questa interpretazione è strettamente collegata al concetto di innovazione sociale, intesa anche come processo di valorizzazione del capitale umano.

Facendo riferimento alla definizione presente nella pubblicazione “This is European Social Innovation”, si ricava che “l’innovazione sociale riguarda le nuove idee che lavorano per rispondere a impellenti bisogni senza risposta. Molto semplicemente le innovazioni sociali possono essere descritte come innovazioni che sono sociali nello scopo e nei mezzi”. La creazione, cioè, di una rete collettiva locale delle intelligenze, che idea azioni di miglioramento della qualità della vita delle comunità locali. Il processo coinvolge tutti i soggetti di una comunità, sia gli stakeholder che i singoli cittadini, che vengono messi in condizione di attivare la propria creatività ed esprimere le proprie competenze per produrre politiche innovative, concrete e più vicine ai reali bisogni della popolazione.

Perché oggi una città sia considerata “intelligente” è necessario che esalti le possibilità dei cittadini di progettare il proprio futuro fin da subito, dando il giusto ruolo alla tecnologia, che rappresenta il mezzo e non il fine.

In altre parole, c’è bisogno che ci siano istituzioni (con particolare riferimento a quelle locali), che siano in grado di creare processi di sviluppo dal basso, che attraverso il coinvolgimento degli attori locali riescano a produrre politiche pubbliche efficaci ed efficienti.

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