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Raccolte - Territorio

Verso Roghudi, ascoltando il silenzio che parla

Verso Roghudi, ascoltando il silenzio che parla

L’escursione di Alessandra e Antonina nel paesino fantasma dell’area grecanica, uno spunto per riflettere sulla valorizzazione delle aree interne_

<<UNA lunga passeggiata, un panorama mozzafiato, i colori contrastanti tipici del territorio grecanico a riempire gli occhi, e a fare da cornice i cespugli di more selvatiche ricchi di bacche per una degustazione a km 0>>.

In cammino verso la vecchia Roghudi, alla scoperta della “città fantasma” sulle pendici meridionali dell’Aspromonte, quando l’escursionismo non è più semplice trekking ma desiderio di <<portare alla luce la memoria di un paese abbandonato, condividere e offrire spunti per passeggiate immerse nella natura e nella storia della Calabria greca>>, ma anche volontà di riscoprire le possibilità di una terra che potrebbe vivere di turismo. L’area grecanica della provincia di Reggio Calabria.

La Storia che ci accingiamo a rielaborare, avviata da Antonina Francesca Spanò, prende spunto da una “lunga passeggiata”, documentata con foto mozzafiato, in occasione del Paleariza (il noto festival etno-culturale-musicale che si svolge ogni anno fin dal ‘97 nell’area grecanica della provincia di Reggio Calabria), per giungere ad una riflessione profonda sulle sorti dei borghi abbandonati e sulle possibilità della loro valorizzazione.

Uno scorcio di Roghudi

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Un momento della passeggiata

Sulla vecchia via

Sulla vecchia via

 

Dice bene Alessandra Ghibaudi, in un contributo del 10.10.14, che <<Un territorio vive di storie>>. E prosegue il suo ragionamento: <<Forse anche per questo la nostra terra si è così impoverita. Le famiglie costrette ad abbandonare i borghi montani si sono portate via la loro storia ed il territorio ha smesso di parlare. Un territorio che non ha voce non può essere ascoltato e non può essere conosciuto. Ma come per incanto un sentiero percorso in una calda serata del Paleariza ha iniziato a parlare, e un territorio ci ha trasmesso delle sensazioni all’apparenza nuove ma in realtà già presenti nei nostri cuori, solo assopite dal tempo e dalle circostanze di vita>>.

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Ingresso di una abitazione abbandonata

Proviamo a capire qualcosa in più di questo misterioso paesino.

Il termine Roghudi deriva dal greco e allude ai crepacci, evidentemente relazionato al luogo impervio in cui sorge: uno sperone roccioso che si innalza tra le ghiaie della fiumara dell’Amendolea, con le sue vecchie case ormai disabitate ed edificate sull’orlo del precipizio. Si arriva, come ci dice Antonina Francesca Spanò, <<Camminando sulla vecchia via che dai campi di Bova giunge a Roghudi Vecchio>>, e si attraversano strade sterrate e scoscese. Anticamente sede di un insediamento greco, successivamente dal casato dei Malda de Cardona passò agli Abenavoli, ai Martirano, ai De Mendoza e ai Ruffo di Bagnara Calabra. Fu colpita da un terribile terremoto nella seconda metà del Settecento, e tra il 1971 e il 1973 da devastanti alluvioni, che causarono inarrestabili frane. Diverse le leggende che animano questo luogo, tra le più conosciute quella che ruota attorno alla cosiddetta “rocca del drago”, un grosso masso con della protuberanze a forma di groppe, trasfigurate in piccole caldaie di latte, i “Caddareddhi”, che sarebbero servite da nutrimento ad una gigantesca bestia, custode di un inestimabile tesoro.

Antica abitazione in pietra

Antica abitazione in pietra

Ma torniamo al racconto di Antonina Francesca e leggiamo: <<Abbiamo risalito in silenzio il paese accompagnati ormai dalle nostre torce, un silenzio surreale, calcinacci e vecchi solai caduti ci facevano ogni tanto inciampare. La piazza ci attendeva, e il concerto offerto da Paleariza il finale perfetto>>.

Ancora più eloquenti sono le immagini raccolte:

Ruderi di un'antica costruzione

Ruderi di un’antica costruzione

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I resti di una vecchia cantina

I resti di una vecchia cantina

A questo punto si innesta bene quanto detto da Alessandra in risposta ad Antonina  (<<Quel giorno a Roghudi Vecchio avrei voluto incontrare quell’unico uomo che ancora girovaga per quelle stradine deserte, un pastore accompagnato dal suo gregge che si è rifiutato di traslocare i suoi ricordi in un luogo più sicuro. Avrei voluto stringergli la mano e chiedergli il perché. Una sfida forse con se stesso, perché è facile andare, molto più coraggioso rimanere>>) in una sorta di dialogo a distanza dilatato dallo storytelling:

<<Ci vuole coraggio a rimanere in una terra dimenticata non solo da chi vive lontano, ma dalla sua stessa gente, a non ascoltare quando tutti ti dicono di andare a studiare altrove perché non c’è lavoro e nessuna opportunità per creare una famiglia. Bisogna avere coraggio a esprimere le proprie idee in luoghi in cui non viene tanto dato risalto alla conoscenza quanto a chi si conosce. Quel pastore ha avuto coraggio perché non ha creduto nelle favole che gli venivano raccontate sul suo paese e sul pericolo di viverci. Non ha ascoltato chi pensava solo al proprio interesse ed impauriva chi ci abitava per perseguire i propri fini. Non ci ha creduto perché molto probabilmente si accontentava di quello che aveva ed ogni alba ringraziava la nascita di un nuovo giorno. Sentiva il profumo della sua terra, del suo gregge, della ricotta calda e faceva in modo metodico i gesti quotidiani, propri di una ruralità ancestrale, seguendo il sole nel cielo per scandire la propria giornata laboriosa. Ricordare a volte fa male e così decidiamo di non farlo. Preferiamo riempirci di mille buone ragioni per non pensare a quello che ci rende unici: la nostra storia e la nostra identità. Non consideriamo quello che abbiamo perché ci hanno insegnato a sminuirlo, e così siamo spinti nell’affannosa ricerca di un posto in cui realizzarci, non accorgendoci che potrebbe essere proprio lì dove viviamo>>.

I colori dell'area grecanica

I colori dell’area grecanica

Vogliamo terminare questa Raccolta con una nota di positività, che riecheggia nei pensieri scritti dalla stessa Alessandra Ghibaudi e che riportiamo di seguito per chiudere il cerchio con uno sguardo al futuro:

<< Non possiamo più incontrare quel pastore perché il tempo passa per tutti, ma possiamo incontrare delle giovani guide escursionistiche che sono convinte delle potenzialità della loro terra, dei turisti italiani e stranieri che percorrono i nostri sentieri e rimangono incantati dalla natura, dalle tradizioni, dai sapori e dalla sincera ospitalità della Gente di Aspromonte. Attraverso lo stupore e la meraviglia nei loro occhi possiamo provare a guardare la nostra terra in un modo diverso per riappropriarcene e farla finalmente nostra. Possiamo ritrovare quella serenità che permette di immaginarci artefici del nostro destino in un territorio magari difficile, con un PIL tra i più bassi d’Italia, ma ricco di tutto quello che non abbiamo mai cercato…>>.

Abitazione che si affaccia sulla Fiumara dell'Amendolea

Abitazione che si affaccia sulla Fiumara dell’Amendolea

Vicoli

Vicoli

QUESTA RIELABORAZIONE È STATA REALIZZATA GRAZIE AI CONTRIBUTI INVIATI DAI CITTADINI PARTECIPANTI ALLA STORIA “Roghudi Vecchio: il silenzio che parla”. PER LEGGERE I CONTRIBUTI PUOI CLICCARE ANCHE SUL TITOLO DELLA STORIA, OPPURE CERCARE LA STORIA NELLA RELATIVA SEZIONE DI cinùria

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